Domanda:
Comincerei questa breve intervista chiedendoti quale parola-chiave
potrebbe definire il “senso” del tuo romanzo.
Risposta - Ci sono tre narratori, e a ciascuno dei tre corrisponderebbe
una parola-chiave, un “senso” del romanzo. Per Maritxu, la scrittora,
sarebbe SCOPERTA, scoperta del corpo, delle sue sensazioni e delle
sue condizioni, e accettazione delle trasformazioni che tale scoperta
implica. Per la sua amante Laura, la parola sarebbe DESIDERIO,
qualcosa come responsabilità nel desiderio e per il desiderio.
Per il marito di questa, Joaquín, la parola è SICUREZZA: ha bisogno
di stabilità negli affetti, soprattutto a causa dell’incertezza
emotiva patita durante l’infanzia. Ma in realtà la parola-chiave
del romanzo è CAMBIAMENTO, poiché tutti i personaggi sono costretti
ad adattarsi a un mondo completamente nuovo che la realtà impone
loro.
D. Hai fatto riferimento alla prospettiva multipla, perché hai
scelto di far svolgere alternativamente il racconto da tre voci?
R. Volevo una storia di tre persone, situate allo stesso livello.
Queste vite “parallele”, in un certo senso, erano il nucleo
strutturale del libro. Ognuno doveva raccontare la propria versione
perché la storia avesse vari temi, non uno soltanto.
D. Effettivamente si parla di lesbismo, di scrittura, di malattia,
d’amore; ma nessuno di questi è l’argomento centrale del romanzo
che tuttavia si regge su una solida “colonna vertebrale”. Direi
che questa consiste nell’idea che ognuno è responsabile della
propria felicità.
R. Sì. Il tema della libertà, diciamo; l’idea che possiamo andare
avanti qualunque cosa accada, e riacquistare la felicità e la
speranza, mi ha sempre interessato. In questo senso i miei libri
sono antifatalisti. In Effetti secondari la grave malattia di
Maritxu rompe l’equilibrio dei tre protagonisti, ma la possibilità
di scegliere una prospettiva vitale positiva, gratificante,
è nelle loro mani. Dipende da loro, è loro responsabilità.
D. Uno dei pregi del libro che più ha interessato i lettori
è il modo “aperto” con cui si parla dell’omosessualità femminile.
R. Il lesbismo non era il tema, era il contesto “normalizzato”
nel quale sarebbe successo tutto il resto. Ho curato molto questa
normalità, questa familiarità della relazione tra Maritxu e
Laura. La letteratuta può dare credibilità a “altri” modelli
di comportamento e di relazioni umane. Può e, pertanto, deve.
D. Per finire, un riferimento allo stile: spoglio, asciutto
e, a volte, poetico. Il ritmo, intenso e veloce.
R. Mi interessa la scrittura essenziale, tento sempre di eliminare
il superfluo sia nella struttura sia nella tessitura del linguaggio:
le scene e le frasi convenzionali. Questa frammentazione formale
e sintattica è rischiosa. Però è stimolante. Per me, certo;
spero anche per i lettori e le lettrici.
D. I tuoi progetti?
R. E’ uscito da poco Vino, il mio ultimo romanzo. Nel quale
il vino è metafora di molte cose, fondamentalmente della memoria.
E’ anche un libro sull’educazione sentimentale. Adesso sto lavorando
a un altro romanzo, ma senza fretta. I libri devono circolare
senza essere tallonati.
intervista a cura di Sara Zanghì
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