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"il manifesto", 24 febbraio 2007, pag.13 Nella
raccolta di autrici «Fuori dal cielo», uscita recentemente per Empiria,
si avverte una tensione fisica che coniuga toni espressionistici e cromatismi
freddi.
Marco Giovenale
La casa editrice Empiria
pubblica, per le cure di Sara Zanghì, una antologia di autrici intitolata
Fuori dal cielo (pp.112, euro 12). Vi sono raccolte le poesie di Maria Grazia
Calandrone, Laura Cingolani, Florinda Fusco, Laura Pugno, Veronica Raimo, Lidia
Riviello e Sara Ventroni. La diversità tra loro è forte, e percettibile;
e allo stesso tempo si avverte in tutte le sette scritture una tensione verso
fisicità e segno materico, o meglio verso le gerarchie e le ferite del
soma, della parola interdetta e interrotta dove è il corpo a essere offeso,
convocato, interpellato. Corporeità e quasi «gestione» oggettuale
della vita biologica non da ieri brillano nei testi della poesia contemporanea,
specie italiana (e non solo femminile). Pertinenti, a questo proposito, le osservazioni
di Andrea Cortellessa in margine ai racconti di Laura Pugno; o a proposito della
scrittura di Elisa Biagini, in tema di (percezione del) corpo come accumulo incongruo
di elementi irrelati. Non a caso durante le serate di RomaPoesia 2005 dedicate
alla «generazione ultima» era parso opportuno parlare di una declinazione
«fredda» della poesia di oggi.
Allo stesso tempo, e operando
una diversione rispetto ai paradigmi di molta arte contemporanea, la silloge di
Empiria sembra però registrare - almeno in alcuni itinerari - una sorta
di accattivante e anche coraggioso riavvolgimento del nastro del Novecento verso
esperienze «espressioniste», ossia verso una durezza e un cromatismo
non necessariamente raggelanti, anzi in modi e temi che trattano dolore e linguaggio
mettendo per certi aspetti tra parentesi le visioni a dominante bianca della camera
autoptica.
Sia che si affrontino le lunghe stringhe terrene/terrestri di
Florinda Fusco, o le «parole vere» e il «pane caldo» delle
ironie e spezzature messe in atto da Laura Cingolani; sia che ci si misuri con
il lussureggiante antiracconto di Maria Grazia Calandrone o con quello frammentato
dei «graffiti primitivi» e dell'impatto solare della Iknusa di Sara
Ventroni; sia che si incontri il buio rasoiato dalle immagini di Veronica Raimo
o il clima amaro-sorridente di Lidia Riviello, sembra che a un altro clima testuale
ci si debba riferire, e a una corporeità meno filtrata. Il discorso verte
semmai su un fronte di vigilata e risolta «scrittura fredda» per la
sequenza di Laura Pugno (e per Fusco, a tratti), fedele a un disegno di natura
particolare, che fa riferimento a un uso tutto peculiare e fecondo del mito.
Fuori
dal quadro che qui si è tracciato - e anzi proprio per metterne in crisi
la rigidità - emergono le strutture metalliche che Calandrone descrive,
gli enjambements secchi/severi di Cingolani, certe scelte metanarrative di Fusco,
la rilevazione delle aridità delle merci sfidate da Riviello, alcuni «tagli»
di Ventroni («Nella guerra c'è o non c'è linguaggio?»,
«Solo si capisce che siamo delle ombre»). E vale il reciproco: come
per un (lucido e forse ludico) riferimento a idee di fusione materica con il reale,
proprio la sequenza Aquamarine di Pugno si conclude con la coppia di versi che
frontalmente dice «(tutto il tuo corpo è sparso / sulla superficie
del mare)». Davvero il nodo e gli strati della situazione della poesia contemporanea
chiedono cautela, categorie elastiche, osservazione. Sono assolutamente inaggirabili
continui «supplementi d'indagine», per riarticolare una descrizione
di quanto le scritture poetiche (e moltissime, forse le migliori, sono femminili)
stanno in questi anni realizzando.
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